Storie di Alpinismo · Everest

George Mallory e l’Everest: storia, mistero del 1924 e nuove scoperte

George Mallory è uno dei protagonisti più affascinanti della storia dell’alpinismo. Partecipò alle prime tre spedizioni britanniche sull’Everest e scomparve l’8 giugno 1924 insieme ad Andrew “Sandy” Irvine durante un tentativo alla vetta. Il ritrovamento del corpo di Mallory nel 1999 e quello, nel 2024, di uno scarpone, una calza con la scritta “A.C. IRVINE” e resti umani attribuiti a Irvine hanno aggiunto nuovi indizi, senza però risolvere la domanda che dura da oltre un secolo: raggiunsero davvero la cima?

George Mallory Everest 1921 · 1922 · 1924 Mallory e Irvine Aggiornato 2026
George Mallory il visionario dell'Everest
1886 George Herbert Leigh Mallory nasce il 18 giugno a Mobberley, nel Cheshire.
3 spedizioni Partecipa alle spedizioni britanniche all’Everest del 1921, 1922 e 1924.
8 giugno 1924 Mallory e Sandy Irvine vengono osservati per l’ultima volta mentre salgono verso la vetta.
Mistero irrisolto Nessuna prova definitiva dimostra che i due abbiano raggiunto la cima prima di morire.

Chi era George Mallory?

George Herbert Leigh Mallory nacque il 18 giugno 1886 a Mobberley, nel Cheshire, in Inghilterra. È ricordato soprattutto per le tre spedizioni britanniche sull’Everest e per la sua scomparsa nel 1924, ma limitare la sua biografia agli ultimi giorni sul tetto del mondo significherebbe perdere una parte importante del personaggio.

Mallory fu studente, insegnante, soldato durante la Prima guerra mondiale, padre di famiglia, intellettuale e soprattutto uno degli arrampicatori britannici più apprezzati della sua generazione. Frequentò Winchester College e dal 1905 il Magdalene College dell’Università di Cambridge, dove studiò storia e conobbe un ambiente culturale particolarmente vivace.

Fu proprio durante gli anni della formazione che l’alpinismo divenne una componente centrale della sua vita. Geoffrey Winthrop Young, figura importante dell’alpinismo britannico, contribuì alla sua crescita come scalatore. Mallory sviluppò una tecnica elegante sulla roccia e una capacità di muoversi con naturalezza su terreni che, con l’attrezzatura dell’epoca, richiedevano grande equilibrio e sicurezza.

Dopo Cambridge lavorò come insegnante alla Charterhouse School. Nel 1914 sposò Ruth Turner, con la quale ebbe tre figli. La dimensione familiare è fondamentale per comprendere il fascino della sua storia: Mallory non era un avventuriero isolato dal resto della società, ma un uomo con una professione, relazioni intellettuali, una moglie e bambini che lo aspettavano a casa.

La Prima guerra mondiale interruppe inevitabilmente questa vita. Mallory servì nell’artiglieria britannica sul fronte occidentale. Terminato il conflitto tornò all’insegnamento e all’alpinismo, ma pochi anni dopo si aprì una possibilità che avrebbe definito definitivamente la sua biografia: partecipare alle prime esplorazioni britanniche del Monte Everest.

In breve: George Mallory non fu semplicemente “l’uomo scomparso sull’Everest”. Prima del 1924 era già un alpinista esperto e rispettato, con una lunga esperienza sulle Alpi e sulle montagne britanniche, oltre a essere insegnante e veterano della Prima guerra mondiale.

Nome completo George Herbert Leigh Mallory
Nascita 18 giugno 1886
Scomparsa 8 giugno 1924
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In montagna la protezione degli occhi è parte dell’equipaggiamento essenziale: vento, neve, luce intensa e riverbero richiedono una protezione adeguata all’ambiente e alle condizioni affrontate.

George Mallory l'inglese che voleva scalare l'Everest per primo
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George Mallory prima dell’Everest: come diventò un grande alpinista

Prima di entrare nella leggenda dell’Everest, Mallory si era formato sulle montagne europee e sulle pareti rocciose britanniche. L’alpinismo dei primi decenni del Novecento era molto diverso da quello contemporaneo: scarponi pesanti, corde in fibre naturali, abbigliamento con capacità termiche limitate e un margine di sicurezza estremamente ridotto rendevano anche itinerari oggi ben conosciuti molto più impegnativi.

Mallory maturò nelle Alpi, affrontando itinerari sul Monte Bianco e altre montagne del massiccio alpino. Parallelamente frequentò le aree di arrampicata della Gran Bretagna, dove affinò la propria capacità tecnica. La sua reputazione non derivava soltanto dalla forza fisica: chi scalava con lui descriveva un alpinista capace di muoversi con decisione ed eleganza.

Queste esperienze gli diedero un profilo ideale per un progetto che, dopo la Prima guerra mondiale, attirava sempre più l’interesse della Royal Geographical Society e dell’Alpine Club: trovare una strada verso la cima della montagna più alta della Terra.

Perché l’Everest era ancora quasi sconosciuto

Oggi fotografie satellitari, mappe digitali, previsioni meteorologiche e immagini ad alta risoluzione permettono di conoscere in anticipo quasi ogni tratto di una grande montagna. Nel 1921 la situazione era completamente diversa. Il problema non consisteva soltanto nello scalare l’Everest: prima bisognava capire come raggiungerlo, quale versante esplorare e dove potesse esistere una linea realisticamente percorribile verso la cima.

Il Nepal non era allora accessibile alle spedizioni straniere come lo sarebbe diventato nei decenni successivi. I britannici si concentrarono quindi sul versante tibetano, raggiungendo la montagna da nord dopo lunghi viaggi attraverso territori remoti e con una logistica enormemente più complessa di quella contemporanea.

Le spedizioni degli anni Venti devono perciò essere considerate contemporaneamente imprese alpinistiche, geografiche ed esplorative. Cartografi, fotografi, scienziati, alpinisti e numerosi lavoratori himalayani contribuirono alla costruzione delle conoscenze che avrebbero permesso alle generazioni successive di comprendere meglio l’Everest.

Le fotografie realizzate durante la ricognizione del 1921 furono anche strumenti di studio: documentarono da vicino una montagna che fino a quel momento era stata osservata principalmente da grande distanza.

Per approfondire la storia generale della montagna puoi leggere anche la guida DEMON dedicata a curiosità, spedizioni e storia del Monte Everest.

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Everest 1921: Mallory e la spedizione che trovò la strada verso il Colle Nord

La spedizione britannica del 1921 fu soprattutto una grande ricognizione. Non era organizzata come un moderno assalto alla vetta: prima di tentare seriamente la salita bisognava esplorare un ambiente del quale mancavano mappe precise e individuare una linea attraverso ghiacciai, passi e creste.

George Mallory ebbe un ruolo centrale nella ricerca dell’accesso alla montagna. Insieme agli altri membri della spedizione percorse l’area del Rongbuk, studiò i ghiacciai e contribuì a comprendere la complessa geografia del versante settentrionale dell’Everest.

Uno dei risultati decisivi fu l’individuazione dell’accesso al North Col, il Colle Nord. Da quel punto diventava possibile immaginare una prosecuzione lungo la cresta nord e poi sulla cresta nord-est in direzione della cima.

Il valore storico della spedizione non consiste quindi in un record di altitudine o in un tentativo fallito alla vetta. Fu il momento nel quale una montagna quasi sconosciuta cominciò ad avere una geografia alpinistica leggibile. Le osservazioni e le fotografie raccolte nel 1921 influenzarono direttamente la pianificazione dei tentativi del 1922 e del 1924.

Obiettivo principale Esplorare e cartografare il versante settentrionale dell’Everest e individuare una possibile via di salita.
Risultato decisivo L’accesso al Colle Nord rese concretamente immaginabile una futura salita verso la cresta nord-est.

L’importanza delle fotografie di Mallory

Le immagini realizzate durante la spedizione non avevano solo un valore estetico. Servivano a documentare pareti, creste, ghiacciai e possibili passaggi. La Royal Geographical Society conserva ancora oggi un vasto patrimonio fotografico delle prime spedizioni, comprese fotografie scattate dallo stesso Mallory.

Guardate con gli occhi di oggi, quelle fotografie ricordano quanto radicalmente sia cambiato il modo di esplorare le grandi montagne. Nel 1921 una singola immagine realizzata da un punto elevato poteva fornire informazioni geografiche che nessuno aveva mai osservato con quella chiarezza.

Fonte storica consigliata

La Royal Geographical Society conserva fotografie e documentazione originale delle prime spedizioni britanniche all’Everest.

Royal Geographical Society: archivio delle spedizioni all’Everest
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Everest 1922: record di quota, ossigeno e la tragedia della valanga

Nel 1922 i britannici tornarono sull’Everest con un obiettivo diverso. Grazie alle conoscenze raccolte l’anno precedente, la spedizione poteva finalmente tentare concretamente di salire verso la cima.

Mallory, Edward Norton e Howard Somervell raggiunsero circa 8.225 metri senza utilizzare ossigeno supplementare. Per l’epoca era un risultato straordinario: significava spingere l’organismo umano in un ambiente di cui si conosceva ancora molto poco dal punto di vista fisiologico.

Un tentativo successivo condotto da George Finch e Geoffrey Bruce utilizzò invece ossigeno supplementare e raggiunse una quota ancora maggiore, intorno agli 8.320 metri. La spedizione diventò quindi anche uno dei momenti fondamentali del dibattito sull’uso dell’ossigeno artificiale nell’alpinismo himalayano.

La tragedia che cambiò la spedizione

Il 1922 non è ricordato soltanto per i record. Durante un successivo tentativo, una valanga investì il gruppo sul percorso verso il Colle Nord e sette portatori himalayani persero la vita.

L’episodio rappresenta una delle pagine più dolorose delle prime spedizioni sull’Everest. Una lettura moderna della storia non può concentrarsi esclusivamente sugli alpinisti europei: quelle spedizioni erano possibili grazie al lavoro di numerosi uomini locali che trasportavano attrezzature e rifornimenti in condizioni estremamente difficili.

Anche la Royal Geographical Society, nella rilettura contemporanea dei propri archivi, ha sottolineato quanto sia importante comprendere il contributo dei lavoratori e delle comunità himalayane e inserire le spedizioni degli anni Venti nel più ampio contesto politico e culturale dell’epoca.

Anno Protagonisti Risultato principale Ossigeno
1921 Mallory e spedizione britannica Ricognizione e accesso al Colle Nord Non era un vero tentativo alla vetta
1922 Mallory, Norton, Somervell Circa 8.225 m No
1922 Finch e Geoffrey Bruce Circa 8.320 m

Perché il 1922 è fondamentale? Dimostrò che l’uomo poteva superare gli 8.000 metri e trasformò l’ossigeno supplementare da semplice esperimento tecnico in una possibile chiave per l’ascesa dell’Everest.

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La spedizione all’Everest del 1924: Mallory torna per l’ultimo tentativo

Nel 1924 George Mallory tornò sull’Everest per la terza volta. Aveva trentasette anni e conosceva la montagna meglio della maggior parte degli alpinisti dell’epoca. Questa volta l’obiettivo era inequivocabile: raggiungere la vetta.

La spedizione comprendeva diversi protagonisti già esperti dell’Everest, tra cui Edward Norton, Howard Somervell, Geoffrey Bruce e Noel Odell. Accanto a loro compariva però un nome nuovo destinato a diventare inseparabile da quello di Mallory: Andrew Comyn “Sandy” Irvine.

Chi era Andrew “Sandy” Irvine?

Irvine aveva soltanto 22 anni. Era studente di ingegneria al Merton College di Oxford, ottimo atleta e canottiere, ma possedeva una quantità di esperienza alpinistica nettamente inferiore rispetto a Mallory.

La sua grande forza all’interno della spedizione era però la competenza tecnica. Gli apparati di ossigeno degli anni Venti erano ingombranti, pesanti e poco affidabili. Irvine dimostrò grande abilità nel ripararli, modificarli e alleggerirli. Era esattamente il tipo di competenza di cui Mallory avrebbe avuto bisogno per un tentativo con ossigeno supplementare.

È importante sottolineare questo punto perché viene talvolta ripetuta l’idea che Mallory e Irvine abbiano affrontato l’ultimo tentativo senza ossigeno. Non è corretto: il loro piano finale prevedeva l’utilizzo di ossigeno supplementare, con apparati sui quali Irvine aveva lavorato direttamente.

I tentativi precedenti di Norton e Somervell

Prima dell’ultimo tentativo di Mallory e Irvine, Edward Norton e Howard Somervell salirono senza ossigeno. Somervell fu costretto a fermarsi, mentre Norton proseguì da solo raggiungendo circa 8.570 metri, un’altitudine eccezionale per l’epoca e un record che sarebbe rimasto storico.

Norton rinunciò alla cima e riuscì a scendere. L’impresa mostrava però quanto fosse difficile progredire nella zona più alta dell’Everest senza ossigeno: ogni metro richiedeva un costo fisiologico enorme.

Mallory decise quindi di tentare ancora, questa volta con l’ossigeno e con Irvine al suo fianco.

Dato storico importante: Mallory scelse per l’ultimo tentativo un compagno molto più giovane e meno esperto come alpinista, ma particolarmente competente nella gestione degli apparati di ossigeno. La scelta di Irvine è uno degli elementi centrali per comprendere la strategia del 1924.

Il Merton College di Oxford conserva una ricostruzione documentata della spedizione e riporta che Mallory e Irvine lasciarono il Campo IV il 6 giugno 1924 con apparati di ossigeno modificati e due bombole ciascuno.

Documentazione storica

La cronologia del Merton College ricostruisce la partenza dei due uomini per il tentativo finale.

Merton College Oxford: Mallory e Irvine partono per la vetta
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L’ultimo giorno di George Mallory e Sandy Irvine

La mattina dell’8 giugno 1924 Mallory e Irvine si trovavano ormai nella parte alta della montagna. Da quel momento la ricostruzione diventa inevitabilmente incompleta, perché nessuno dei due tornò per raccontare che cosa fosse realmente accaduto.

L’ultima testimonianza diretta arrivò da Noel Odell, geologo e alpinista della spedizione, che si trovava più in basso sulla montagna. Durante una breve apertura tra le nuvole vide due piccole figure in movimento sulla cresta nord-est.

La celebre osservazione avvenne intorno alle 12:50. Odell ebbe soltanto una breve finestra prima che le nuvole nascondessero nuovamente la parte superiore dell’Everest.

Il problema che avrebbe alimentato un secolo di discussioni è semplice solo in apparenza: dove erano esattamente Mallory e Irvine quando Odell li vide?

Primo, Secondo o Terzo Gradino?

La cresta nord-est dell’Everest presenta tre importanti formazioni rocciose note come First Step, Second Step e Third Step. Determinare quale gradino stessero superando i due uomini è fondamentale.

Se fossero stati già molto avanzati sulla cresta, la possibilità di un successivo arrivo in vetta diventerebbe più plausibile. Se invece Odell li avesse osservati più indietro, il tempo necessario per superare i passaggi successivi renderebbe l’ipotesi della cima molto più difficile.

Odell identificò inizialmente il passaggio osservato con il Second Step, ma la sua testimonianza e le successive interpretazioni sono state discusse per decenni. Neppure oggi esiste un consenso capace di trasformare quell’avvistamento in una prova definitiva.

Due minuscole figure, poi di nuovo le nuvole. Da quel momento iniziò il mistero.

Il Second Step: il passaggio che divide gli storici

Il Second Step è particolarmente importante perché rappresenta uno dei passaggi tecnicamente più difficili della cresta nord-est. Gli alpinisti moderni lo conoscono bene e per decenni una scala metallica installata in epoca successiva ha facilitato il superamento di una sezione molto ripida.

La domanda è quindi inevitabile: Mallory, con gli scarponi e l’attrezzatura del 1924, sarebbe stato tecnicamente capace di superarlo?

Mallory era un arrampicatore di alto livello e questo rende impossibile liquidare la questione con un semplice “no”. Al tempo stesso, difficoltà tecnica, quota estrema, abbigliamento dell’epoca, ossigeno limitato e ritardo nella progressione rendevano il passaggio molto più impegnativo di una normale arrampicata.

Ricostruzioni moderne hanno mostrato che una salita senza gli aiuti installati successivamente è possibile per alpinisti di altissimo livello. Questo dimostra una possibilità tecnica, non che Mallory abbia effettivamente compiuto quella salita nel 1924.

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Il mistero Mallory-Irvine: quali indizi abbiamo davvero?

Il fascino del caso nasce dalla presenza di numerosi indizi ma dall’assenza della prova decisiva. Per oltre un secolo ogni oggetto recuperato, testimonianza o particolare dell’equipaggiamento è stato analizzato nel tentativo di ricostruire le ultime ore dei due uomini.

Indizio Che cosa suggerisce Che cosa non dimostra
Avvistamento di Noel Odell Mallory e Irvine erano ancora in salita verso la parte alta dell’Everest. Non stabilisce con certezza quale gradino stessero superando né se arrivarono in cima.
Piccozza ritrovata nel 1933 Probabile traccia della posizione attraversata da Irvine durante l’ultimo tentativo. Non chiarisce se la perdita avvenne durante salita, discesa o caduta.
Corpo di Mallory ritrovato nel 1999 Fornisce informazioni sulla caduta e sugli oggetti che aveva con sé. Non contiene una prova della vetta.
Occhiali trovati in una tasca Potrebbero suggerire condizioni di luce ridotta o una fase tarda della giornata. Non provano automaticamente che Mallory stesse scendendo.
Fotografia di Ruth non trovata Mallory aveva parlato dell’intenzione di lasciarla sulla cima. L’assenza della fotografia non dimostra che l’abbia realmente depositata in vetta.
Resti attribuiti a Irvine trovati nel 2024 Offrono la prima importante traccia fisica di Irvine dopo un secolo. Non dimostrano che Mallory e Irvine raggiunsero la cima.
Macchina fotografica non ritrovata Se recuperata con immagini leggibili potrebbe fornire informazioni straordinarie. La sua esistenza sulla montagna non garantisce che contenga fotografie della vetta.

La piccozza trovata nel 1933

Nove anni dopo la scomparsa, la spedizione britannica del 1933 trovò una piccozza sulla cresta nord-est. L’oggetto venne successivamente associato a Irvine e diventò uno degli indizi più importanti per ricostruire la possibile traiettoria della coppia.

Il problema è che una piccozza abbandonata non racconta perché sia stata lasciata in quel punto. Potrebbe essere stata persa durante un incidente, abbandonata volontariamente o separata dal proprietario durante una caduta.

La macchina fotografica Kodak

Ancora più famoso è il mistero della Kodak Vest Pocket che Mallory e Irvine avrebbero portato con loro. Secondo la documentazione della spedizione, una macchina fotografica era stata prestata alla coppia.

Da decenni si ipotizza che, se la fotocamera venisse ritrovata e la pellicola risultasse almeno parzialmente recuperabile, eventuali immagini della cima potrebbero fornire una prova eccezionale. Già nel 1999 esperti Kodak valutarono teoricamente la possibilità di trattare una pellicola rimasta a lungo congelata.

È però importante evitare una semplificazione: fotocamera ritrovata non significa automaticamente mistero risolto. La macchina potrebbe essere danneggiata, la pellicola illeggibile, oppure le fotografie potrebbero non mostrare alcuna immagine riconoscibile della vetta.

La grande forza del mistero Mallory-Irvine consiste proprio in questo: molti elementi sono compatibili con più ricostruzioni. Un indizio può rendere un’ipotesi più interessante senza trasformarla in un fatto dimostrato.

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Il ritrovamento del corpo di George Mallory sull’Everest

Il 1° maggio 1999, settantacinque anni dopo la scomparsa, la Mallory and Irvine Research Expedition fece una scoperta destinata a riaprire completamente il caso.

L’alpinista Conrad Anker individuò il corpo di George Mallory sulla parete nord dell’Everest, a una quota di circa 8.150 metri. L’ambiente freddo e secco aveva conservato in modo impressionante parte dei resti e dell’abbigliamento.

La posizione del corpo era molto più bassa rispetto al punto dell’ultimo avvistamento sulla cresta. Questo indicava che Mallory aveva subito una grave caduta, ma non spiegava quando fosse avvenuta.

Che cosa raccontavano le ferite

Gli esaminatori notarono una grave frattura alla gamba e segni legati alla corda attorno alla vita. Questi elementi sono compatibili con una caduta avvenuta mentre Mallory era legato al compagno.

Anche questo dato deve essere interpretato con prudenza. La caduta può spiegare la morte, ma non stabilisce automaticamente se i due uomini stessero salendo oppure scendendo dopo un eventuale tentativo alla vetta.

Gli occhiali nella tasca

Tra gli elementi più discussi ci furono gli occhiali da neve trovati nella tasca di Mallory. Alcuni interpretarono questo particolare come indizio di una discesa avvenuta quando la luce era ormai diminuita.

È una possibilità suggestiva: se la coppia fosse stata ancora sulla montagna in condizioni di luce molto bassa, avrebbe significato che il tentativo si era protratto per molte ore. Ma anche in questo caso non esiste un collegamento automatico tra occhiali riposti e raggiungimento della cima.

La fotografia di Ruth

Mallory aveva espresso l’intenzione di lasciare sulla vetta una fotografia della moglie Ruth. Quando il corpo venne esaminato nel 1999, quella fotografia non fu trovata tra gli oggetti recuperati.

Questo particolare è diventato uno degli argomenti preferiti di chi ritiene possibile che Mallory abbia raggiunto la cima e vi abbia lasciato l’immagine.

Dal punto di vista storico, tuttavia, l’assenza di un oggetto non dimostra dove sia finito. La fotografia potrebbe essere stata persa, separata dal corpo durante la caduta o semplicemente non essere stata portata nell’ultimo tratto.

La macchina fotografica non c’era

Sul corpo di Mallory non fu recuperata la Kodak che avrebbe potuto offrire nuove informazioni. Ciò rafforzò l’ipotesi secondo cui potesse essere Irvine a trasportarla al momento della scomparsa.

Per questo motivo la ricerca di Irvine rimase centrale anche dopo il 1999: trovare il suo corpo o parti dell’equipaggiamento avrebbe potuto fornire nuovi elementi sulla posizione e sui movimenti della coppia.

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George Mallory reperti dell'ultima spedizione alpinistica scalando l'Everest
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Andrew Irvine: che cosa è stato ritrovato sull’Everest nel 2024?

Per venticinque anni dopo il ritrovamento di Mallory, una delle principali domande rimase immutata: dove era finito Sandy Irvine?

Nel settembre 2024 una squadra di National Geographic guidata dall’alpinista e regista Jimmy Chin, durante un’attività sul Central Rongbuk Glacier sotto la parete nord dell’Everest, individuò uno scarpone antico che emergeva dal ghiaccio.

All’interno dello scarpone furono trovati resti umani e una calza. Sulla calza compariva una targhetta ricamata con le lettere:

A.C. IRVINE

Le iniziali corrispondono ad Andrew Comyn Irvine. La scoperta venne annunciata pubblicamente da National Geographic nell’ottobre 2024 e rappresentò il primo ritrovamento fisico direttamente collegabile a Irvine dopo la sua scomparsa.

La squadra trattò i resti con particolare attenzione e coinvolse le autorità competenti sul versante tibetano. La famiglia di Irvine si rese disponibile per confronti genetici utili all’identificazione.

Aggiornamento 2026: la scoperta del 2024 ha ristretto il campo delle possibili ricostruzioni, ma non ha prodotto una prova che Mallory e Irvine abbiano raggiunto la vetta. La domanda fondamentale resta quindi aperta.

Perché il luogo del ritrovamento è importante

I resti attribuiti a Irvine sono emersi sul ghiacciaio Rongbuk centrale, molto più in basso rispetto alla cresta nord-est sulla quale la coppia fu osservata nel 1924.

Nel corso di un secolo, ghiaccio, valanghe e movimento del ghiacciaio possono trasportare resti e oggetti a notevole distanza. Per questo la posizione del 2024 non può essere interpretata semplicemente come il luogo preciso in cui Irvine morì.

Il ritrovamento è però importante perché dimostra che almeno parte dei resti e potenzialmente dell’equipaggiamento di Irvine è stata incorporata e trasportata dal sistema glaciale.

E la macchina fotografica?

La Kodak non è stata annunciata tra gli oggetti recuperati nel 2024. La possibilità che altre parti dell’equipaggiamento si trovino nella stessa area ha naturalmente rilanciato l’interesse per future ricerche.

National Geographic ha evitato di rendere pubblica con eccessiva precisione la posizione del ritrovamento, anche per scoraggiare ricerche non autorizzate o il recupero indiscriminato di reperti.

Questo è un elemento importante: l’Everest è contemporaneamente ambiente naturale estremo, luogo di memoria e sito nel quale sono morti centinaia di alpinisti. Qualsiasi ricerca deve quindi rispettare autorizzazioni, famiglie e sensibilità culturali.

La scoperta del 2024

National Geographic ha documentato il ritrovamento dello scarpone, della calza contrassegnata “A.C. IRVINE” e dei resti umani sul ghiacciaio Rongbuk centrale.

National Geographic: ritrovamento attribuito a Sandy Irvine

Le ricerche continuano a interessare gli storici

Nel 2026 il caso Mallory-Irvine è tornato al centro dell’attenzione anche grazie a nuove pubblicazioni storiche. Il volume The Everest Mystery, di Julie Summers e Jochen Hemmleb, ha riorganizzato documenti e nuove ricerche concentrandosi in particolare sulla figura di Irvine e sulla cronologia dell’ultimo tentativo.

Anche queste ricerche non hanno trasformato il mistero in una certezza. Ed è proprio questa distinzione tra nuove conoscenze e prova della vetta che bisogna mantenere.

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George Mallory e Sandy Irvine raggiunsero la vetta dell’Everest?

Non lo sappiamo. Questa rimane, ancora oggi, la risposta storicamente più corretta.

Esistono argomenti che rendono possibile immaginare un arrivo in cima, ma esistono anche difficoltà logistiche, tecniche e cronologiche che rendono l’ipotesi molto problematica. Nessun elemento recuperato fino al 2026 fornisce una prova definitiva.

Gli elementi che alimentano l’ipotesi della vetta

  • Mallory era un arrampicatore tecnicamente molto forte.
  • Odell vide i due uomini ancora in movimento verso l’alto sulla cresta nord-est.
  • La fotografia di Ruth che Mallory intendeva lasciare sulla cima non fu trovata sul suo corpo.
  • Gli occhiali da neve erano riposti nella tasca, dettaglio compatibile, ma non esclusivamente, con una fase tarda della giornata.
  • La macchina fotografica che potrebbe aver documentato l’ultimo tentativo non è stata recuperata.

Gli elementi che rendono difficile l’ipotesi

  • L’avvistamento di Odell avvenne già nel primo pomeriggio e la posizione esatta dei due non è certa.
  • Restavano passaggi impegnativi sulla cresta nord-est.
  • Il Second Step costituisce una difficoltà tecnica considerevole, soprattutto con equipaggiamento del 1924 e a oltre 8.500 metri.
  • Gli apparati di ossigeno dell’epoca erano relativamente pesanti e poco affidabili.
  • La coppia doveva non soltanto salire ma anche riuscire a tornare in sicurezza prima dell’oscurità e dell’esaurimento delle risorse.

Conclusione basata sulle prove: è possibile costruire scenari nei quali Mallory e Irvine arrivano in vetta, ma nessuno di essi è dimostrato. La prima ascensione documentata e universalmente riconosciuta dell’Everest rimane quindi quella di Edmund Hillary e Tenzing Norgay del 29 maggio 1953.

Se vuoi approfondire proprio questo passaggio della storia puoi leggere chi è stato il primo a scalare ufficialmente l’Everest.

Che cosa servirebbe per risolvere il mistero?

La prova più spettacolare sarebbe naturalmente una fotografia inequivocabile della vetta databile all’8 giugno 1924. Per questo la Kodak continua a occupare un posto centrale nella storia.

Potrebbero essere altrettanto importanti un documento scritto, un oggetto lasciato intenzionalmente sulla cima o reperti la cui posizione originale permettesse una ricostruzione certa dell’itinerario.

Il problema è che, dopo oltre cento anni, la montagna ha trasformato continuamente l’ambiente nel quale quegli oggetti si trovavano. Neve, vento, cadute di roccia, ghiaccio e movimento glaciale possono separare un oggetto dal punto nel quale era stato abbandonato.

La scoperta del 2024 dimostra che nuovi indizi possono ancora emergere. Non garantisce, però, che esista una prova capace di risolvere definitivamente la questione.

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George Mallory e “Perché è lì”: la frase più famosa dell’alpinismo

La figura di Mallory è indissolubilmente legata alla risposta che gli viene attribuita quando gli venne chiesto perché volesse scalare l’Everest:

“Because it’s there.” · “Perché è lì.”

La frase apparve sulla stampa statunitense nel 1923 e diventò rapidamente una delle citazioni più celebri nella storia dell’esplorazione. La sua forza deriva dall’apparente semplicità: riduce motivazioni complesse — curiosità, ambizione, desiderio di conoscenza, competizione e attrazione per il limite — a tre parole.

Nel tempo “Because it’s there” è stata utilizzata per descrivere non soltanto Mallory, ma un’intera concezione dell’avventura: alcune sfide esercitano attrazione semplicemente perché esistono e perché costringono l’essere umano a confrontarsi con i propri limiti.

Ma che cosa significava davvero per Mallory?

Considerare Mallory soltanto come un uomo ossessionato dalla vetta sarebbe riduttivo. I suoi scritti mostrano una forte sensibilità per il paesaggio e per l’esperienza estetica della montagna.

Durante la ricognizione del 1921 fotografò e descrisse l’Everest in un’epoca in cui quasi nessuno in Europa aveva potuto osservare da vicino quelle pareti. Il suo rapporto con la montagna combinava quindi desiderio di successo, curiosità esplorativa e una percezione quasi artistica dell’ambiente.

George Mallory lettere reperti storici

La popolarità della frase contribuì anche a costruire il mito pubblico di Mallory. Dopo la scomparsa, quel mito divenne ancora più potente: l’alpinista che aveva spiegato l’attrazione dell’Everest con “Perché è lì” era scomparso proprio mentre tentava per l’ultima volta di raggiungerne la cima.

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L’eredità di George Mallory nella storia dell’alpinismo

L’importanza di Mallory non dipende esclusivamente dalla possibilità che abbia o meno raggiunto la vetta. Le spedizioni alle quali partecipò furono determinanti nella progressiva comprensione dell’Everest.

La ricognizione del 1921 contribuì a individuare la via del Colle Nord. Nel 1922 vennero stabiliti nuovi record di altitudine e sperimentato seriamente l’impiego dell’ossigeno. Nel 1924 Norton salì a quote eccezionali senza ossigeno e Mallory e Irvine portarono il tentativo lungo la cresta nord-est fino a una posizione ancora oggi discussa.

Tutto questo avvenne quasi trent’anni prima della prima ascensione documentata di Edmund Hillary e Tenzing Norgay nel 1953.

La spedizione del 1924 vista con occhi contemporanei

Per molto tempo la narrazione delle prime spedizioni sull’Everest è stata dominata quasi esclusivamente dall’idea dell’eroismo individuale degli alpinisti britannici.

Gli studi contemporanei propongono una lettura più completa. Le spedizioni dipendevano da una complessa rete di portatori, interpreti, intermediari e lavoratori himalayani senza i quali il trasporto di tende, viveri, ossigeno e attrezzature sarebbe stato impossibile.

Anche il contesto politico conta. L’esplorazione britannica dell’Himalaya negli anni Venti era legata al periodo imperiale e all’idea, molto diffusa all’epoca, della “conquista” geografica.

La Royal Geographical Society ha dedicato studi ed esposizioni recenti proprio a questa rilettura, utilizzando fotografie e film originali per mostrare tanto il valore esplorativo delle spedizioni quanto le dinamiche sociali e culturali che la tradizionale narrazione eroica aveva spesso lasciato sullo sfondo.

Dal 1924 al 1953

La scomparsa di Mallory e Irvine non chiuse la storia dell’Everest. Negli anni successivi altre spedizioni tornarono sulla montagna e continuarono a migliorare conoscenze, attrezzature e strategie.

Il 29 maggio 1953 Edmund Hillary e Tenzing Norgay raggiunsero finalmente la cima attraverso il versante nepalese. La loro salita è la prima ascensione documentata dell’Everest e costituisce il riferimento storico ufficiale.

Puoi approfondire le caratteristiche della salita moderna nella guida completa all’ascesa dell’Everest dal versante sud.

1921 · Ricognizione

Mallory partecipa alla prima esplorazione britannica ravvicinata dell’Everest e contribuisce alla ricerca della via del Colle Nord.

1922 · Primo grande assalto

Vengono superati gli 8.000 metri e sperimentato l’ossigeno supplementare; sette portatori muoiono in una valanga.

1924 · Mallory e Irvine scompaiono

L’8 giugno Noel Odell li osserva per l’ultima volta sulla cresta nord-est.

1933 · La piccozza

Una piccozza attribuita a Irvine viene ritrovata sulla montagna.

1953 · Prima vetta documentata

Edmund Hillary e Tenzing Norgay raggiungono la cima il 29 maggio.

1999 · Ritrovato Mallory

Conrad Anker individua il corpo dell’alpinista sulla parete nord.

2024 · Nuovo indizio su Irvine

Sul ghiacciaio Rongbuk centrale vengono trovati uno scarpone, una calza “A.C. IRVINE” e resti umani attribuiti a Sandy Irvine.

2026 · Il mistero continua

Nuove ricerche storiche approfondiscono il caso, ma nessuna prova definitiva della vetta è emersa.

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Come è cambiato l’equipaggiamento dall’epoca di Mallory

Osservare le fotografie delle spedizioni degli anni Venti rende immediatamente evidente quanto l’alpinismo d’alta quota sia cambiato. Mallory e i suoi compagni utilizzavano materiali che oggi apparirebbero estremamente semplici rispetto a sistemi moderni progettati specificamente per temperature estreme e quote superiori agli 8.000 metri.

Scarponi chiodati, abbigliamento in fibre naturali, corde prive delle caratteristiche dinamiche dei prodotti contemporanei e apparati di ossigeno pesanti lasciavano pochissimo margine di errore.

Oggi un alpinista può contare su abbigliamento tecnico multistrato, materiali isolanti più efficienti, ramponi moderni, corde leggere, dispositivi satellitari, previsioni meteorologiche dettagliate e una conoscenza molto superiore della fisiologia dell’alta quota.

Questo non rende l’Everest una montagna “facile”. Oltre gli 8.000 metri l’organismo lavora in condizioni estremamente severe e un cambiamento meteorologico, una malattia, un problema tecnico o un semplice ritardo possono avere conseguenze gravissime.

Acclimatazione e quota

Una delle differenze fondamentali è la conoscenza dell’acclimatazione. Le spedizioni contemporanee pianificano settimane di adattamento progressivo alla quota, salite e discese tra i campi e periodi di riposo.

Chi vuole comprendere meglio questo aspetto può consultare la guida DEMON con i consigli per acclimatarsi in alta montagna.

Protezione degli occhi in alta quota

Un elemento dell’equipaggiamento che può sembrare secondario, ma non lo è, riguarda la protezione degli occhi. Neve e ghiaccio riflettono una parte importante della radiazione solare e in alta quota l’esposizione ai raggi UV può diventare particolarmente intensa.

L’equipaggiamento deve quindi proteggere non soltanto dalla luminosità frontale, ma anche dal riverbero e, quando necessario, dalla luce laterale. Anche vento, cristalli di neve e piccoli detriti possono provocare fastidio e compromettere la qualità della visione.

Le lenti destinate all’alta montagna devono offrire protezione UV adeguata e una categoria di filtro coerente con le condizioni di utilizzo. Per ambienti estremamente luminosi e glaciali possono essere utilizzate lenti molto scure, mentre percorsi con luce variabile possono richiedere soluzioni differenti.

È utile ricordare che le lenti categoria 4, pensate per luminosità molto elevata, non sono adatte alla guida automobilistica.

Per approfondire puoi leggere la guida dedicata a come scegliere gli occhiali da ghiacciaio.

Nel 1924 Equipaggiamento relativamente pesante, isolamento limitato, strumenti semplici, comunicazioni quasi inesistenti e ossigeno sperimentale.
Oggi Materiali tecnici, protezione termica avanzata, navigazione, comunicazioni satellitari, meteorologia e protocolli di acclimatazione più evoluti.

La tecnologia ha ampliato il margine operativo degli alpinisti, ma non può eliminare i rischi della grande montagna. Preparazione, esperienza, capacità decisionale e rispetto delle condizioni rimangono fondamentali.

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Continua a esplorare la storia e l’ambiente dell’Everest

La vicenda di Mallory è solo uno dei capitoli della storia dell’Everest. Questi approfondimenti permettono di collegare il tentativo del 1924 alla prima ascensione documentata, alla geografia della montagna e alle sfide moderne dell’alta quota.

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FAQ su George Mallory, Irvine e il mistero dell’Everest

Chi era George Mallory?

George Herbert Leigh Mallory fu un alpinista inglese nato nel 1886. Partecipò alle tre spedizioni britanniche all’Everest del 1921, 1922 e 1924 e scomparve l’8 giugno 1924 insieme ad Andrew “Sandy” Irvine durante un tentativo di raggiungere la vetta.

George Mallory raggiunse la cima dell’Everest?

Non esistono prove definitive. Mallory e Irvine furono visti per l’ultima volta in salita sulla cresta nord-est, ma nessuna fotografia, testimonianza diretta o reperto dimostra che abbiano raggiunto la vetta.

Quando scomparvero Mallory e Irvine?

George Mallory e Sandy Irvine scomparvero l’8 giugno 1924 durante il tentativo finale della terza spedizione britannica all’Everest.

Chi vide Mallory e Irvine per l’ultima volta?

Noel Odell li osservò intorno alle 12:50 dell’8 giugno 1924 mentre si muovevano sulla cresta nord-est dell’Everest. Poco dopo le nuvole impedirono di vederli e non furono più osservati vivi.

Dove fu trovato il corpo di George Mallory?

Il corpo di Mallory fu individuato nel 1999 da Conrad Anker sulla parete nord dell’Everest, a circa 8.150 metri di quota.

Che cosa è stato trovato di Sandy Irvine nel 2024?

Nel settembre 2024 una squadra guidata da Jimmy Chin trovò sul Central Rongbuk Glacier uno scarpone contenente resti umani e una calza marcata “A.C. IRVINE”, iniziali di Andrew Comyn Irvine.

Il ritrovamento di Irvine ha risolto il mistero?

No. Il ritrovamento fornisce un nuovo elemento importante sulla sorte di Irvine, ma non dimostra se lui e Mallory siano arrivati in vetta prima di morire.

Perché la macchina fotografica di Mallory e Irvine è così importante?

Una Kodak Vest Pocket accompagnò il tentativo. Se venisse ritrovata con pellicola ancora recuperabile e contenesse fotografie riconoscibili della vetta, potrebbe fornire una prova decisiva. Fino al 2026 non è stata recuperata.

Mallory e Irvine usavano ossigeno?

Sì. Il tentativo finale del 1924 prevedeva l’utilizzo di ossigeno supplementare. Irvine aveva lavorato direttamente alla manutenzione e alla modifica degli apparati.

Chi fu il primo a raggiungere ufficialmente la cima dell’Everest?

La prima ascensione documentata e riconosciuta è quella di Edmund Hillary e Tenzing Norgay, che raggiunsero la cima dell’Everest il 29 maggio 1953.

Che cosa significa la frase di Mallory “Perché è lì”?

“Because it’s there”, tradotta “Perché è lì”, è la celebre risposta attribuita a Mallory quando gli venne chiesto perché volesse scalare l’Everest. È diventata un simbolo universale dello spirito di esplorazione.

Perché in alta montagna servono occhiali specifici?

In quota luce solare, raggi UV e riverbero di neve e ghiaccio possono essere molto intensi. Occhiali adatti all’ambiente alpino aiutano inoltre a proteggere gli occhi da vento, neve e piccoli detriti.

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George Mallory: oltre un secolo dopo, l’Everest conserva ancora il suo segreto

George Mallory morì a pochi giorni dal suo trentottesimo compleanno, dopo avere dedicato una parte decisiva della propria vita al tentativo di comprendere e scalare l’Everest.

La sua storia attraversa tre momenti fondamentali dell’esplorazione della montagna: la ricognizione del 1921, i record e la tragedia del 1922 e il tentativo finale del 1924.

Per decenni si è pensato che l’Everest potesse aver cancellato quasi ogni traccia delle ultime ore di Mallory e Irvine. Il ritrovamento di Mallory nel 1999 dimostrò il contrario. La scoperta del 2024 attribuita a Irvine ha mostrato, un quarto di secolo più tardi, che la montagna può ancora restituire elementi nuovi.

Eppure la domanda centrale rimane intatta: Mallory e Irvine raggiunsero la cima prima di morire?

Le prove oggi disponibili non permettono di rispondere con certezza. Per questo la prima ascensione documentata dell’Everest rimane quella compiuta da Edmund Hillary e Tenzing Norgay nel 1953.

Ma il valore storico di Mallory non dipende dalla risposta a quell’unica domanda. Le sue esplorazioni contribuirono a trasformare l’Everest da enorme spazio quasi sconosciuto sulle carte occidentali a montagna con una geografia alpinistica progressivamente comprensibile.

La sua eredità è anche una lezione sul modo in cui raccontiamo l’esplorazione. Accanto ai grandi nomi devono essere ricordati gli uomini che resero possibili quelle spedizioni, compresi i lavoratori himalayani che affrontarono gli stessi pericoli e, nel 1922, pagarono con sette vite il tentativo di aprire la strada verso il Colle Nord.

A oltre cento anni dall’ultima salita di Mallory, l’Everest continua quindi a custodire qualcosa di raro: non semplicemente un mistero, ma una storia nella quale esplorazione, ambizione, tecnica, rischio, memoria e dubbio rimangono ancora inseparabili.

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